Nicola e l’Asso di Coppe

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Nicola e l’Asso di Coppe

by Sabrina Rinaldi

Spesso mi ritrovo a passeggiare in una delle città più belle al mondo, la mia città, Roma. La curiosità che ho, mi spinge sempre a notare cose diverse. Ricordi, racconti, particolari e pensieri che si avvolgono tra loro in un ballo perpetuo. Uscendo dalla metropolitana di Piazza Barberini e percorrendo via del Tritone, in direzione via del Corso, svolto verso la splendida Fontana di Trevi. Qui c’è tanta storia, tra leggende e racconti, come quella di Nicola Salvi ed il suo asso di coppe, posto al lato destro della fontana.

La storia racconta di vecchi rancori.

L’anno è il 1732.  Nicola Salvi, un brillante architetto romano, riceve un importante incarico da Papa Clemente XII: realizzare la decorazione monumentale di palazzo Poli e la progettazione della scenografica fontana in piazza dei Trevi. Questo incarico darà una svolta decisiva alla sua carriera.

Fontana di Trevi

Diventerà famosa in tutto il mondo, tanto da girarci diversi film tra i quali il più celebrato è “La dolce vita” di Fellini con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg.

Poster la dolce vita fellini

Ritorniamo al racconto. Il primo giorno di lavoro è lì che l’architetto si impegna a dar direttive e disposizioni per l’allestimento del cantiere. Sentendosi osservato, intravede una figura sulla soglia di una bottega al pianterreno di Palazzo Castellani, all’imbocco di via della Stamperia: un omino magro, con un baffetto appuntito, ed indosso un camice da barbiere.

Con aria di chì la sa lunga appena incrocia lo sguardo dell’architetto, gli rivolge la parola: “Architè, ma perché nun je dici de usà no scalpello più grosso, cosi se spicciano prima

Lo guarda e con aria sdegnata si rigira facendo un verso del tipo “Umpf!”. Lui architetto di Sua Santità Papa Clemente XII, che deve ricevere non richiesti consigli da un barbiere.

Purtroppo non scoraggiò il barbiere e per tutta la durata dei lavori, che si protrassero con alterne vicende per oltre trent’anni, ogni volta che il Salvi si recava sul cantiere, inesorabile arrivava il commento del barbiere:

“Architè, ma nun se po fa piu grande a conchiglia?”

“Achitè, perché non ce metti n’animale più gajardo, chessò, un leone?”

“Architè, mettice na bella donna nuda, così me la gurdo mentre tajo i capelli”

“Architè, perché nun je fai le bocce più grosse alla ninfa, che ce rifasemo li occhi”

Più l’Architetto  lo ignorava, più il barbiere lo incalzava.

Poi iniziarono le proteste: “Architè, tutti i giorni sti rumori”

“Architè, dije de fa più piano coi picconi, che qua se lavora”

“Archtè, ciò tutta la povere de marmo nella bottega, me scappano i clienti!”

E poi urla, proteste, petizioni, lettere al Papa.

Più volte dovettero intervenire le guardie, al punto che andare sul cantiere per il Salvi stava diventando una malattia.

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Una sera Salvi giocando alla solita partitella a tressette coi Vanvitelli e il Pannini, la chiamavano la partita degli architetti, quando Luigino Vanvitelli sbattè con forza un asso di coppe sul tavolo, gridando “Beccate quest’asso de coppe!” Nicola per niente indispettito dal punto perso, gli venne un’illuminazione. Si alzò dal tavolo e disse: “Luiggì, sei un genio” e corse via.

Dopo un mese si presentò in cantiere, con un sorriso di soddisfazione  alla testa di un carro trainato da buoi.

Un argano scaricò una grossa struttura coperta da un panno, che fu saldamente assicurata sulla balaustra destra della fontana, proprio davanti alla bottega del barbiere.

Poi con gesto plateale tolse via il telo, sotto gli occhi attoniti dei presenti: un enorme asso di coppe ostruiva completamente la vista della fontana dalla bottega del barbiere.

Appena il barbiere aprì bocca : “Architè…” lo interruppe il Salvi e disse: “Beccate quest’asso de coppe!”

A trecento anni di distanza non ci sono più né l’architetto, né il barbiere, e neanche la bottega, ma la “pigna”, nota a Roma come “Asso de coppe”, è ancora lì, sulla balaustra destra della fontana di Trevi, completamente avulsa dallo stile architettonico dell’opera.

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Sembra quasi sia lì per ricordarci una lezione.

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