LA PENTECOSTE AL PANTHEON.

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Domani domenica 15 maggio, giorno di Pentecoste di Roma, si rinnoverà la suggestiva cascata di petali di rose rosse dall’oculos del Pantheon. Un’occasione da non perdere!!

La “Domenica delle Rose”. La caratteristica di questa celebrazione di origine antichissima (si ritiene che tale cerimonia venne celebrata la prima volta addirittura al 13 maggio 609, la Domenica di Pentecoste nella quale la struttura venne dedicata a Santa Maria ad Martyres) che si svolgeva nella domenica di Pentecoste, è che, durante la messa papale, si faceva cadere sui fedeli, dal foro della cupola, una pioggia di petali di rose rosse per ricordare il miracolo della Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù e sulla Madonna cinquanta giorni dopo Pasqua. 

Pentecoste, era una festa della tradizione ebraica e successivamente di quella cristiana. Nella religione Cristiana, cade nella domenica successiva il cinquantesimo giorno dopo il sabato di Pasqua, ed è quindi una festa mobile, che ha perso il significato ebraico, per celebrare la discesa dello Spirito Santo, che viene visto come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli, e la conseguente nascita della Chiesa. Questa festa conclude le festività del Tempo pasquale. In occasione della funzione religiosa che si tiene nel Pantheon alle 10.30 (la Chiesa di Santa Maria dei Martiri a Roma) della Domenica di Pentecoste giungono da Giffoni Valle Piana migliaia di rose a stelo lungo e milioni di petali rossi, che i Vigili del Fuoco provvederanno a far cadere, da una altezza di 43 metri, all’interno del tempio dall’Oculus.

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Quest’antica usanza, sospesa nei secoli scorsi e ripresa solo nel 1995. Una particolarità legata alla celebrazione della messa è che questa è prevalentemente cantata e recitata in aramaico (splendido in particolare il Padre Nostro cantato nella lingua originale di Gesù) ed inoltre vengono letti brani dei Vangeli in differenti lingue; alla cerimonia partecipano anche 12 bimbi di etnie diverse che, in segno di pace, regalano rose ai partecipanti: in particolare per l’addobbo vengono utilizzate circa 2000 rose rosse mentre dalla volta vengono fatti cadere circa sette milioni di petali, l’effetto è particolarmente suggestivo e gioioso, assistere alla danza che i petali compiono, volteggiando nell’aria.

371534 Lancio di petali di rosa al Pantheon in occasione della Pentecoste

Pantheon.

Il tempio originario, uno dei più sorprendenti di Roma e, tra l’altro, il meglio conservato della città, fu fatto edificare da Marco Vispanio Agrippa, generale – ammiraglio e genero di Augusto, di cui aveva sposato la figlia Giulia, tra il 27 ed il 25 a.C.

La struttura risulta essere praticamente unica al mondo vista l’arditezza tecnica e costruttiva, difficilissimo ancora oggi replicarla con tale precisionesi possono notare riscontri particolarissimi legati alla penetrazione della luce dall’Oculus in determinati giorni dell’anno, soprattutto durante i solstizi e gli equinozi. 

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Scavi effettuati alla fine dell’Ottocento hanno portato alla scoperta dei resti dell’antico edificio: sembra, così, che la prima costruzione del Pantheon fosse un tempio canonico, dedicato a “Venere, Marte ed al Divo Giulio”, di forma rettangolare ed orientato in direzione opposta all’attuale, verso sud. Susseguirono diverse fasi di modifiche.

Nei primi anni del regno di Adriano, tra il 118 e il 125 d.C., che ne riportò nella fronte l’iscrizione originaria, cosa che falsò la datazione dell’edificio finché gli studi sui bolli laterizi in occasione degli scavi ottocenteschi permisero di ricostruirne l’esatta cronologia. L’iscrizione, che si può ancora oggi leggere sull’architrave, ossia “Marco Agrippa, figlio di Lucio, durante il suo terzo consolato, fece“. La ricostruzione adrianea modificò totalmente l’edificio primitivo. L’edificio primitivo è attualmente occupato dal pronao e dal grande portico racchiuso da otto colonne monolitiche di granito con capitelli e basi di marmo bianco.

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Il monumento restò in abbandono per circa due secoli finché nel 608 fu ceduto dall’imperatore bizantino Foca a papa Bonifacio IV°, che lo dedicò alla Madonna e a tutti i martiri, questa dedica fece circolare la voce, forse a ragione, che nel pavimento fossero stati gettati 28 carri di ossa di martiri tolti alle catacombe.

 Un aneddoto ulteriore è legato al foro della cupola: si dice che questo era “sigillato” con una grande pigna di bronzo dorato che i diavoli avevano trasportato da Troia a Costantinopoli e, poi, a Roma; quando papa Bonifacio IV° consacrò il tempio trasformandolo in chiesa, i demoni volarono fuori dalla cupola, portandosi dietro la pigna). Nel 663 l’imperatore Costante II° lo spogliò della copertura in bronzo dorato del tetto, che fu rifatto in piombo da Gregorio III° (735).

La piazza antistante fu sede di un mercato sin dal Medioevo, quando era ancora sterrata: l’ammasso di detriti lasciati dai banchi provocò un rialzo del terreno rispetto alla basilica, da qui l’aspetto ancora oggi “a conca” della Piazza della Rotonda. Con gli anni il numero delle botteghe aumentò talmente che alcune di esse trovarono posto perfino fra le colonne del portico, danneggiando l’estetica del luogo. La fontana originaria era composta da una vasca, poggiante su una breve rampa di tre gradini, e l’acqua zampillava da un vaso al centro mentre il tutto era ornato con quattro mascheroni (progettati per ornare la fontana del Nettuno a piazza Navona ma poi mai utilizzati).

Nel 1625 Urbano VIII°  fece asportare il rivestimento bronzeo delle travi del portico per farne ottanta cannoni per la difesa di Castel Sant’Angelo e per la realizzazione delle quattro colonne del famoso baldacchino della basilica di San Pietro, ad opera del Bernini.

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Baldacchino della basilica di San Pietro al opera del Bernini.

Nel 1711 la fontana venne rimaneggiata per volere di Clemente XI°, che fece sostituire la base originale con una gradinata di travertino avente cinque gradini dalla parte della basilica e due dall’altra parte, per superare il dislivello della piazza. Inoltre fece sostituire il vaso centrale con una scogliera che sorregge un piccolo obelisco alto 6,34 metri, originariamente appaiato a quello di Villa Celimontana nel Tempio del Sole a Eliopoli, entrambi fatti costruire da Ramsete II° e poi trasferiti a Roma insieme agli obelischi di Piazza della Minerva e di Via delle Terme di Diocleziano. La scogliera rocciosa è ornata da delfini, dalla stella degli Albani (la famiglia papale di Clemente XI°) e dalla Croce.

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Molto significativo anche l’intervento nel 1823 di Pio VII°, che fece pavimentare la piazza con i tipici “sampietrini“ma soprattutto riuscì ad eliminare le secolari baracche adibite allo smercio di prodotti ittici ed ortofrutticoli.

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L’edificio ha successivamente assunto carattere “sepolcrale“, da quando vi fu sepolto Raffaello: da allora, tutti gli artisti aspirarono ad un simile onore finché, nel 1870, il tempio divenne sacrario dei Re d’Italia: qui sono sepolti Vittorio Emanuele II°, Umberto I° e Margherita di Savoia.

La distanza dal pavimento al sommo della cupola è identica al diametro della cupola stessa: praticamente lo spazio interno è costituito da una sfera perfetta, inserita in un cilindro alto come il raggio di questa. L’interno è dominato dalla cupola, con i suoi 43,30 metri di diametro (il diametro dell’Oculus è invece di 9 metri), mentre nella parte inferiore ventotto cassettoni (o “lacunari”) sono sovrapposti in cinque ordini. Dal foro sulla sommità della volta, l’oculus, proviene l’unica luce. La cupola del Pantheon rende architettonicamente la concezione della “cupola dei cieli” che incontra la terra, ed il raggio di luce che penetra dall’oculus all’interno della struttura è un’allegoria della “luce divina”.

Numerose sono le leggende sull’antico tempio: famosa quello che lo vuole custode della “Salvatio Romae“: una serie di statue, una per ogni provincia romana, portavano al collo un campanellino il quale suonava se la provincia corrispondente si ribellava. Celeberrima anche la leggenda secondo la quale i Romani veneravano nel tempio un dio diverso per ciascun giorno e il dio del Sabato era venerato in compagnia dei diavoli.

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